Dietro un autografo, Mad Max e la Ferrari 333 SP

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Il weekend NASCAR di Monza mi dato l’opportunità di incontrare di nuovo, a due anni di distanza, il caro Max Papis. Come per tanti suoi tifosi, l’occasione buona era quella del Monza Rally Show 2011. Max, con la Toyota Camry, tanti gadgets e il pieno della sua inesauribile voglia di condividere con il suo pubblico, le gioie del Motorsport corso sugli ovali USA. I tanti appassionati accorsi e gli impegni di Max avevano ridotto ad un breve scambio di battute il mio incontro con lui. Quest’anno però l’occasione era ghiotta e irripetibile. Eravamo impegnati per 3 giorni in circuito, con tanto di pass stampa, per cui niente e nessuno si sarebbe messo tra me e Max. O almeno era quello che credevo! Venerdì niente da fare. Sabato dovevo giocarmi il tutto per tutto! Sapevo che domenica ci sarebbe stato il pienone di pubblico e le mie possibilità di riuscita si sarebbero ridotte sino ad annullarsi. E poi non potevo continuare a girare per il paddock con la confezione della Ferrari in tasca!! E così, sabato mattina finalmente chiacchiero un po’ con Max! Come sempre disponibile e gentile, mi autografa il modellino e scappa dai suoi meccanici che lo reclamano a gran voce.

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Mentre ripongo il modellino mi rendo conto di quante belle storie da raccontare ci sono attorno a questa piccola 333 SP. La nascita dell’avventura americana della barchetta Ferrari, l’aneddoto che si cela dietro al nome di battaglia “Mad Max” di Papis, guadagnato sul campo, a Daytona, l’amore di Giampiero Moretti per questa creatura che accudiva come una figlia. E dato che Track|FEVER è nato con l’intento di raccontare storie, beh mettevi comodi che ne avete da leggere per un po’!

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Iniziamo dalla macchina. La Ferrari 333 SP segna una svolta epocale per la Casa di Maranello. Dopo vent’anni di assenza, il Cavallino torna a correre nelle gare di durata. La Ferrari si ritirò nel ’73, un’annata difficile che vedeva le 312 PB in difficoltà contro le più performanti Mantra. E pensare che la stagione precedente vide trionfare proprio la 312 PB, macchina entrata nella storia grazie alle epiche battaglie contro le Porsche 917. La Ferrari 333 SP venne realizzata per merito di Giampiero Moretti, fondatore della Momo e pilota di grande esperienza e capacità. Con la complicità di Gian Luigi Buitoni, Presidente di Ferrari North America, riuscì a convincere Piero Ferrari nel realizzare il progetto di conquista del Campionato IMSA. Quelli furono anni di grande transizione per la Ferrari, con Luca Cordero di Montezemolo impegnato a riorganizzare l’Azienda e soprattutto a risanare i bilanci. Il reparto sportivo Formula 1 occupava risorse umane ed economiche per cui il piano di rilancio in Nord America venne inizialmente osteggiato. Piero Ferrari però non si scoraggiò e intuendo le grandi possibilità di successo in termini sportivi, d’immagine ed economici (era possibile realizzare l’auto e venderla ai team privati che si occupavano di portarla in pista) affidò la progettazione e costruzione alla Dallara. Dario Benuzzi e Mauro Baldi (già Campione del Mondo Sport Prototipi) si occuparono, a cavallo tra il 1993 e il 1994, di sviluppare i primi esemplari nella pista di casa, a Fiorano.

Ferrari 333 SP Moretti Racing

La vettura vantava una monoscocca in carbonio con sospensioni push-rod. Il 12 cilindri a V derivava dalla unità della F92A. Il regolamento IMSA però obbligava i Costruttori a montar sulle barchette motori derivati dalla serie. Così si decise di portare a 4,7 litri il 12 cilindri della F92A e montarlo sulla F50, per poi ridurre la cubatura a 4 litri e montarlo sulla 333 SP. Con questa configurazione era capace di sviluppare 650cv a 11000giri/minuto. Il 1994 fu l’anno che vide il debutto nella Serie IMSA della 333 SP che non mancò di far parlare di sé. Nonostante la giovane età del progetto e la concorrenza esperta, con auto più avanti nello sviluppo, dominò le prime 2 gare di apertura. A Road Atlanta vinse il pilota Jay Cochran davanti alla coppia Moretti/Eliseo Salazar. Una doppietta memorabile, battuta solo dalla successiva tripletta registrata nella seconda gara in calendario a Lime Rock. Quel giorno Moretti e Salazar tagliarono il traguardo precedendo Cochran e Andy Evans. Quella stagione la Ferrari non vinse il titolo ma ormai la strada era tracciata. Fino al 2002 si è rivelata essere una delle Rosse più longeve e vincenti di sempre. Nel 1998 a Dallara successe Giuliano Michelotto che portò avanti lo sviluppo in piena autonomia, anche quando ormai la Casa Madre abbandonò il programma IMSA e smise di aggiornare i motori. A testimoniare la bontà del progetto, molti team continuarono ad utilizzare il telaio e la carrozzeria della 333 SP, montandole però motori V10 Judd Engine, unità più performanti degli ormai obsoleti V12 nostrani e che ben si sposavano con le caratteristiche della macchina.

Ferrari-333sp_brunobetti

Dallara costruì 14 telai, mentre Michelotto arrivò a realizzarne 26, per un totale di 40 esemplari. Il palmarès sportivo è di assoluto rilievo. Nel 1994 vinse 4 gare. Nel 1995 venne iscritta anche alle gare di durata più prestigiose e concluse la stagione con la conquista del Titolo Piloti e Costruttori IMSA e il trionfo nella 12 Ore di Sebring. Il 1996 fu un anno avaro e beffardo, il Campionato IMSA lo vinse per un soffio alla Oldsmobile e al volante della Rossa troviamo un giovane e agguerrito Max Papis. Nel 1997 dominò di nuovo alla 12 Ore di Sebring ma la vera consacrazione si ebbe nel ’98, stagione magica e irripetibile. La vittoria alla 24 Ore di Daytona (ben 31 anni dall’ultima vittoria di una Ferrari alla gara di durata per eccellenza in USA), 12 Ore di Sebring, vittoria a Watkins Glen e Titoli Piloti e Costruttori IMSA e FIA Sportcar Championship. Titoli FIA conquistati anche nel 1999, 2000 e 2001. Nel 2002 la concorrenza spietata di altre squadre ufficiali, Audi e BMW in primis fanno sì che arrivi anche per la “nonnina” la pensione. L’ultima uscita ufficiale è del 2003 alla 500 km di Monza guidata da Giovanni Lavaggi e Xavier Pompidou del team GLV Brums ma, con tutto il rispetto e l’affetto, motorizzata Judd 4 V10 non era più “lei”. Chi vive di motorsport, addetti ai lavori o semplici appassionati concordano nel dire che la vittoria più bella, emblematica e piena di significato per 333 SP è quella ottenuta a Daytona nel 1998. Non tanto per come si è svolta la gara ma per chi ha guidato la vettura fino alla vittoria. Gestita in gara dal Team Moretti Racing, con l’immancabile livrea rossa e gialla della Momo, a spartirsi il volante c’erano lo stesso Giampiero Moretti, Mauro Baldi, Didier Theys e Arie Luyendyk. Proprio i due uomini che più hanno voluto quest’auto, che hanno lavorato sodo e dedicando risorse, tempo ed energie per darle la vita, sono gli uomini che l’hanno presa per mano e portata al trionfo nella grande classica USA, la 24 Ore di Daytona. Non poteva che finire così!

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E Max? Beh Max Papis si calò nell’abitacolo della 333 SP nel Campionato IMSA 1996. E non tardò a mostrare a tutti di che pasta fosse fatto. Già al via della stagione, nella 24 Ore di Daytona, un indiavolato Max si rese protagonista di una gara strepitosa che infiammò chiunque stesse seguendo la corsa. Il clima quel weekend era stranamente molto freddo. Sugli spalti c’erano pochi irriducibili tifosi che, sfidando il gelo, per nulla al Mondo si sarebbero persi lo spettacolo al Daytona Raceway. Sforzi ben ripagati dallo spettacolo che sarebbe andato in scena. I piloti incaricati di portare alla vittoria la 333 SP numero 30, del Team Moretti Racing, erano Giampiero Moretti, Bob Wollek, Didier Theys e Max Papis. Scattata dalla pole, la Ferrari #30 si portò immediatamente in testa seguita dalla gemella #23 dello Scandia Racing Team di Alboreto, Baldi, Evans e Velez. Dopo sole 4 di gara la Ferrari #23 si ritirò per noie meccaniche. Tutte le speranze del popolo rosso erano così riposte nei ragazzi capitanati da Giampiero Moretti.

Ferrari 333 SP aperta

E per 19 ore hanno letteralmente dominato la gara, rendendo la vita impossibile alla Riley & Scott Mk III motorizzata Oldsmobile del Team Doyle Racing, relegato ormai alla medaglia d’argento. Ma le corse finiscono sotto la bandiera a scacchi e a poche ore dal termine accadede l’impensabile. Problemi meccanici minano le performance della Ferrari, obbligandola ad un ritmo che non le appartiene. Fino al imponderabile. A 2 ore dal termine, durante un doppiaggio, Bob Wollek impatta contro una Porsche 911. L’inevitabile sosta ai box per riparare al volo l’auto costa al Team la testa della corsa. L’ultimo stint era di Massimiliano, Max, Papis. Il buon senso avrebbe suggerito ai più di riprendere la gara e tener duro fino allo scoccare della 24esima ora. La seconda posizione non valeva una vittoria ma era sempre meglio di niente. La squadra però non aveva fatto i conti con la determinazione di Papis. Lasciato il buon senso ai box, Max entra in pista divorando rabbia e avversari come un giaguaro pronto ad azzannare la preda. Per 2 ore ogni giro fatto corrispondeva al nuovo record del circuito. Riuscì a recuperare al impotente Taylor del Doyle Racing 6 giri, fino a portarsi ad un minuto dalla sua scia. Soltanto il Rolex gigante appeso in pit-lane riuscì a fermare una rimonta storica, che ha consegnato Max alla storia di Daytona e nel cuore degli appassionati di Motorsport. Non voglio mancar di rispetto alla formazione americana guidata dal trio Wayne Taylor, Scott Sharp e Jim Pace ma a gara finita, gli occhi erano tutti puntati su quel ragazzone capace, con un mezzo malconcio, di dare spettacolo e arrivato ad un passo dall’impresa della vita. Da quel freddo giorno, gli americani tutti adottarono il nostro Max e in onore a quella performance, lo ribattezzarono Mad Max!

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Alla luce di questo racconto acquista maggior credito la vittoria del 1998 della 333 SP sempre a Daytona. Fino a quel giorno, la 24 Ore pareva stregata per la vettura italiana. Max e la #30 mancarono la vittoria per un soffio, però scalda il cuore pensare nel ’98 furono proprio Moretti e Baldi a trionfare con la loro Ferrari. Loro che nel ’93 la vollero così tanto da convincere la Dirigenza Ferrari a costruirla. Che la svezzarono e la fecero diventare quella gloriosa auto da corsa che tutti noi conosciamo.

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Quanti aneddoti si posso nascondere dietro ad un semplice autografo! La faticaccia per trovare proprio la Ferrari del 1996 ve la risparmio, come vi evito le figuracce fatte, trascorrendo mezzo weekend con in tasca la confezione del modellino che mi regalava un’imbarazzante rigonfiamento sulla patta dei pantaloni e mi impediva ogni momento! Del resto Max si muove veloce anche a piedi e bisognava essere sempre pronti!